Interview on VIX MAGAZINE

 

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IL PEEP-SHOW DI RINO TAGLIAFIERRO

    • IL PEEP-SHOW DI RINO TAGLIAFIERRO

      Come reagireste se la Gioconda vi strizzasse l’occhio? Molti di voi penserebbero di avere bevuto un Negroni di troppo e niente più. Ma per Rino Stefano Tagliafierro la faccenda è diversa.

      di Sabrina Ciocca

Nato nel 1980 a Piacenza, Rino Stefano Tagliafierro è un creativo, un regista straordinario, già celebre in rete e sui social grazie alla sua opera B E A U T Y, un incantevole cortometraggio di 9 minuti, dove i classici dell’arte prendono vita e si animano, mostrandoci le loro emozioni.

La ricerca di Rino continua nel suo ultimo lavoro P E E P – S H O W, dove l’autore affronta il linguaggio dell’erotismo nell’arte e nella vita e ci coinvolge in un gioco di seduzione e voyeurismo.

Noi di VIX l’abbiamo incontrato.

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Il tuo nuovo progetto si chiama PEEP SHOW. Raccontaci come nasce e cosa hai voluto raccontare.

L’idea di PEEP SHOW è nata dal desiderio di approfondire il tema dell’erotismo, portare avanti la ricerca cominciata con B E A U T Y muovendo immagini fisse come dipinti o fotografie e, attraverso i mezzi tecnici di adesso, fare riferimento alle prime sperimentazioni visive di ‘800/’900. Non a caso le apparecchiature per la rappresentazione delle immagini come le camere oscure, la stereoscopia, i viewmaster degli anni ‘70 e i più recenti cardboard o oculus, sono strumenti magici che mi hanno sempre affascinato.

PEEP SHOW vuole essere un viaggio privato nel mondo dell’erotismo

PEEP SHOW vuole essere un viaggio privato nel mondo dell’erotismo, una forma di intrattenimento erotico fuori dal tempo che ha la durata di un sogno. Per il progetto ho preso come punto di partenza i classici peep show o monoscope di inizi ‘900 dove lo spettatore, inserendo pochi centesimi, poteva “spiare” una selezione di fotografie di scene di nudo. Nel mio caso, però, ho selezionato una serie di dipinti erotici dell’arte classica dal ‘500 a metà ‘900, ma aggiungendo l’elemento tempo che dona ai soggetti raffigurati un lieve respiro. Lo spettatore, come se spiasse dal buco della serratura, assiste a uno spettacolo personale in cui l’arte è l’oggetto del desiderio. Le più belle icone erotiche del periodo classico ammiccano e si mostrano in un’atmosfera carica di tensione sessuale, riuscendo, con la loro potenza eterna, a trasformare il voyerismo in un atto sublime. Il video è concepito per una visione personale, singola, segreta e intima, ed è stato pensato soprattutto per i feticisti dell’arte.

Le più belle icone erotiche del periodo classico ammiccano e si mostrano in un’atmosfera carica di tensione sessuale

 

Che rapporto hai con il voyeurismo, come regista e come uomo?

 A dire il vero non mi definisco un voyeur, anche se spiare qualcosa o qualcuno è sempre molto eccitante ed è, forse, uno dei primi approcci che il bambino ha durante l’esplosione della sessualità. Tutto si basa sul poter vedere qualcosa ma non poterla toccare, creando una limitazione che se da una parte impedisce di passare alla fase successiva, dall’altra amplifica il piacere. Freud la definiva “Schau Lust”, ovvero “il piacere legato al vedere”. Il voyerismo è trattato in molti altri campi della comunicazione, come ad esempio nel cinema. Due film che mi vengono in mente che trattano questo tema sono ad esempio “Rear Window” di Hitchock o “Blue Velvet” diDavid Lynch.

Quanto tempo hai dedicato alla ricerca dei dipinti per Beauty e ora per Peep-Show? Hai accesso a collezioni museali o private?

Sia per B E A U T Y che per PEEP SHOW la ricerca delle immagini è durata anni. Ho cominciato a raccoglierle in una cartella sul computer senza avere idea di cosa ne avrei fatto. Quando ho sentito l’esigenza di utilizzarle per creare un racconto prima sulle emozioni e poi sull’erotismo, partendo da Caravaggio e Bouguereau per B E A U T Y e Courbet per PEEP SHOW, ho cominciato a selezionare artisti che fossero simili a loro dal punto di vista stilistico. Molte delle immagini le ho reperite sia su Wikimedia Commons che attraverso alcuni musei che hanno reso disponibili agli utenti le loro collezioni in formato digitale e di dominio pubblico.

Sono soprattutto le opere di Caravaggio a colpirmi

Hai dichiarato in un’intervista di sentirti un regista e non un artista. Eppure hai un rapporto stretto con la storia dell’arte. Quali sono stati i tuoi “maestri”? Davanti a quali dipinti ti sei emozionato e ti emozioni ? Le tue fonti di ispirazione.

Non mi importa di essere un artista. Chi lo sa esattamente cosa significa? Mi importa migliorare, fare cose che reputo belle, interessanti e che mi facciano fare dei passi in avanti nel mio percorso. Il mio rapporto con la storia dell’arte è sempre stato stretto e intenso: da bambino i miei genitori mi portavano a vedere tantissime mostre, da ragazzo ho intrapreso studi artistici ed ora cerco di respirare più arte possibile per trarne ispirazione per il mio lavoro. Gli artisti di arte classica che mi emozionano di più sono Caravaggio e Bouguereau. Il primo per l’intensità e la tensione trasmessa dalle luci e dai corpi, il secondo per la sensualità innocente e gli sguardi seducenti. Per quanto riguarda l’arte contemporanea, invece, apprezzo molto Nagi Noda, Anthony Goicoilea e Antoine D’Agata. Però sono soprattutto le opere di Caravaggio a colpirmi, anche se recentemente, durante un viaggio a Vienna, ho avuto modo di vedere “Il Fregio di Beethoven” di Gustav Klimt e ne sono rimasto incantato. I miei “maestri” in ambito cinematografico, invece, sono David Lynch, Chris Cunninghan e Shinya Tsukamoto.

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Collabori con qualcuno per i tuoi progetti più sperimentali?

Per tutti i lavori di una certa complessità, la collaborazione con altri professionisti è fondamentale. Spesso, nei miei progetti, il sound design è curato da Enrico Ascoli e Alberto Modignani, mentre la sceneggiatura e la drammaturgia da Giuliano Corti e Carlotta Balestrieri. Trovo molto interessante e stimolante anche condividere la regia di alcuni lavori con professionisti che stimo e che hanno la mia stessa visione estetica, come Laila Sonsino e Mary Stuart. Col team KARMACHINA, di cui faccio parte, invece sviluppiamo progetti multimediali capaci di tradurre la sperimentazione sull’immagine e il suono e la ricerca sui contenuti e le tecniche di narrazioni in ambienti video narrativi, opere di video mapping, installazioni e film distinti da una forte e originale identità artistica. Recentissime sono le sale realizzate per il Museo Ferragamo e il Fashion Film per il brand di scarpe Vic Matié.

Ti piacerebbe dirigere un lungometraggio? Che genere di film gireresti? Magari ne hai uno già pronto in un cassetto.

 I film che mi hanno colpito di più e che hanno segnato tutto il mio percorso, sono tre: “Tetsuo” di Shinya Tsukamoto, “Mulholland Drive” di David Lynch e “Confessions” diTetsuya Nakashima. Ma è stato il lavoro di Chris Cunningham a spingermi a fare quello che faccio oggi. Sicuramente quello di girare un lungometraggio è un obiettivo che voglio raggiungere. Per ora non ho ancora la storia adatta, ma sono certo che arriverà al momento giusto. L’unica cosa di cui sono sicuro è che manterrò il mio stile, che si tratterà di un film non convenzionale e che mi permetterà di approfondire ulterioremnte le mie ricerche.

Ho visto il tuo video “Creepy Merry Christmas”. Un film horror che ancora ti spaventa?

Sono molti i film horror che ho visto durante gli anni, ma non ce n’è uno in particolare che mi ha spaventato. Quelli che da ragazzino mi hanno colpito di più, però, sono “Poltergeist” del 1982 e “Carrie lo sguardo di Satana” del 1976.

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Infine a proposito di ARTE e PROVOCAZIONE. Cattelan torna ad esporre dopo un periodo di assenza e installerà al Guggenheim Museum un WATER d’oro che verrà utilizzato realmente dai visitatori. Che ne pensi di questo genere di operazioni? Cosa è per te la provocazione nell’espressione di un linguaggio artistico?

Maurizio Cattelan è sempre stato un provocatore e reputo interessanti molte delle sue vecchie opere. Questa, però, non mi sembra tra le sue migliori, perché non la trovo particolarmente innovativa e non molto distante dalla “Fontana” di Duchamp. Forse, ultimamente, ci sta marciando un po’ troppo sopra e sta diventando la macchietta di se stesso. Per come la penso io, la provocazione è uno strumento molto potente, utile per far riflettere, rompere gli schemi, dire la verità o, semplicemente, divertire. Basta che non diventi un vizio.

www.rinostefanotagliafierro.com

Pubblicato il: 31 maggio 2016
Tag: Rino Tagliafierro

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